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© Umberto D'Arrò


La causa con Mascagni per "Cavalleria rusticana"

L’ espressione “Cavalleria rusticana” richiama d’impulso alla mente un’opera lirica di successo alla quale si associano automaticamente i nomi di Giovanni Verga, per il soggetto, e di Pietro Mascagni, per la musica. Il “legame mentale”, in realtà, nasconde una “separazione” che fu quanto mai netta e diede vita ad una accanita vertenza giudiziaria che contrappose per molti anni, e con molto accanimento, i due grandi artisti.

All’origine di tutto c’è la novella “Cavalleria rusticana” che Giovanni Verga scrisse a Milano nell’inverno del 1879 (mentre già lavorava al romanzo “I Malavoglia”) e che venne pubblicata per la prima volta l’8 marzo del 1880 sulla rivista “Fanfulla della Domenica”.

La novella raccontava in poche pagine di grande “realismo” espressivo la conclusione tragica della passione di un giovane siciliano, Turiddu Macca, per una bella compaesana, Lola. Quando lui era tornato dal servizio militare, lei gli aveva preferito un carrettiere di Licodia, compare Alfio, con il quale si era sposata. Il giovane si era fidanzato con un’altra ragazza del paese, Santuzza, ma col pensiero sempre fisso verso Lola con la quale, infine, aveva intrapreso una relazione clandestina. Ingelosita dalla tresca, Santuzza aveva finito con il rivelarla a compare Alfio che, in difesa del proprio onore coniugale, aveva sfidato a duello Turiddu uccidendolo a coltellate.

La novella venne quindi inserita in una raccolta, “Vita dei campi”, nella quale figuravano alcune altre composizioni dello scrittore siciliano (tra le quali “Jeli il pastore”, “Rosso Malpelo”, “La Lupa”) che, ambientate anch’esse in Sicilia, si allontanavano nettamente dal sentimentalismo caratteristico dello stile letterario preminente in quell’epoca di fine Ottocento e preannunciavano il realismo che Verga esprimerà poi magnificamente nel romanzo “I Malavoglia” (pubblicato da lì a poco, nel 1881).

Nel 1884, come i letterati facevano spesso a quel tempo, Verga utilizzò il soggetto di “Cavalleria rusticana” per comporre un’opera teatrale che, con lo stesso titolo, venne rappresentata, la sera del 14 gennaio, al Teatro “Carignano” di Torino. L’interprete femminile era d’eccezione, la grande attrice Eleonora Duse, e anche il successo fu eccezionale.

Nel trasformare la novella in un’opera teatrale, Verga non si limitò a sceneggiare il soggetto originale. La necessità di “riempire” con dialoghi il tempo opportuno per lo sviluppo del dramma (laddove la novella originaria non comprendeva più di una decina di pagine) lo indusse a sviluppare la trama mediante varie scene (quali quella, violenta, tra la innamorata Santuzza e Turiddu che l’accusa di essere una spia e quella del brindisi durante il quale viene fissato il duello tra Turiddu e compar Alfio).

Dopo alcune settimane la tragedia fu messa in scena al Teatro “Manzoni” di Milano e anche qui gli applausi furono scroscianti. Nei mesi e negli anni successivi “Cavalleria rusiticana” continuò ad essere rappresentata, sempre con successo, in vari altri teatri italiani.

In pratica, il dramma di Verga introdusse il “verismo” nel teatro italiano facendo apparire improvvisamente retoriche e vuote le opere ancora intrise di romanticismo.

All’epoca Pietro Mascagni, un giovane livornese che aveva frequentato solo per un anno il Conservatorio musicale di Milano e da qualche tempo aveva trovato impiego come direttore della banda comunale di Cerignola in quel di Foggia, si entusiasmò dell’opera di Verga e ideò di utilizzarne il soggetto per partecipare al concorso per una nuova opera lirica bandito annualmente dall'editore Edoardo Sonzogno nell'intento di scovare nuovi talenti.

Nel 1889 Il musicista, senza dire niente a Verga -una circostanza che risulterà fondamentale per il futuro della vicenda- chiese a due librettisti di sua conoscenza (Targioni-Tozzetti e Menasci) di trarre, senza alcun compenso, dal dramma "Cavalleria rusticana" che continuava a mietere successi nei teatri la trama di un'opera lirica in un atto e ne scrisse la musica, sotto la spinta di un'intensissima ispirazione della quale non ritroverà più la vena per tutto il resto della vita.

L'anno prima era stata ricavata dal dramma di Verga un'altra opera lirica, "Mala Pasqua", del compositore Stanislao Gastaldon (l'autore della romanza "Musica proibita"), ma era stata rappresentata con scarsissimo successo.

Mascagni, dopo aver composto in soli due mesi la propria opera, prima di inviarla al concorso di Sonzogno, la fece presentare dal proprio amico Giacomo Puccini all'altro editore musicale che assieme a Sonzogno faceva il bello e il cattivo tempo nel mondo della musica italiana, Giulio Ricordi, ma questi la respinse. "Non vedo futuro per questa composizione" rispose, commettendo uno dei rarissimi errori della sua lunga carriera, comparabile per dimensione al rifiuto che opporrà molti anni dopo Elio Vittorini alla pubblicazione del romanzo "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa.

Al concorso di Sonzogno (al quale parteciparono settantatré concorrenti) l'opera di Mascagni si classificò, meritatamente, al primo posto e la prima rappresentazione venne fissata al Teatro “Costanzi” di Roma per la metà d'aprile del 1890 (poi avvenne in realtà la sera del 17 maggio).

Fu soltanto a questo punto che il compositore livornese scrisse a Verga per chiedergli l'autorizzazione a far rappresentare l’opera riconoscendogli il diritto di "imporre" i patti che avrebbe ritenuto "utili o necessari". Lo scrittore siciliano diede il consenso facendo presente che, ove gli fosse stato richiesto, il libretto l'avrebbe fatto lui stesso. E Mascagni si premurò di ringraziarlo con una lettera nella quale gli scrisse tra l'altro: "Io vivo qua a Cerignola da quattro anni, dimenticato, abbandonato da tutti; e la mia vita è stentata; è vita di privazioni, di miseria. Oggi vedo un avvenire, dovuto al mio studio, al mio lavoro e soprattutto alla Sua ‘Cavalleria’ che m'ispirò una musica appassionata e teatrale".

Alla rappresentazione -che ebbe come interpreti principali due star dell'epoca, Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, con Leopoldo Mugnone direttore d'orchestra- l'opera riscosse uno dei maggiori successi mai registratisi nella storia del teatro, ripetuto anche nelle serate successive e nella "ripresa" in altri teatri.

A questo punto Verga chiese a Mascagni e Sonzogno "la quota degli utili sugli introiti stabilita dalla legge sui diritti d'autore". Fu l'inizio di una vera e propria "guerra giudiziaria" che si protrasse per molti anni e che probabilmente è all'origine di quello "schifo" in forza del quale Verga, tornato nella natìa Catania, si ritirò in uno sdegnato "silenzio letterario" che conserverà fino alla morte e che non sarà lenito neppure dalla nomina a senatore (all'epoca i deputati erano eletti dal popolo e i senatori venivano nominati dal re "per i meriti verso la patria").

Alla richiesta  di Verga l'editore rispose offrendo mille lire "una tantum", una cifra che, secondo i coefficienti ufficiali di rivalutazione fissati dall'Istat, corrisponderebbe a poco più di 3.500 euro attuali (meno di sette milioni delle vecchie lire), di gran lunga inferiore alle legittime aspettative dello scrittore siciliano.

Verga rifiutò il meschino compenso "una tantum" e sia lui sia Sonzogno sottoposero la questione alla Società per i diritti d'autore.

A questo punto bisogna tenere a mente che nell'Ottocento non era facile in Italia farsi pagare i diritti d'autore. La prima regolamentazione della materia era stata introdotta nel neonato regno unitario nel 1865, ma la sua applicazione era ancora alquanto aleatoria. La situazione era stata ancora peggiore negli anni precedenti. Ne aveva fatto le spese, ad esempio, Alessandro Manzoni con l'edizione definitiva dei "Promessi Sposi", quella scritta correggendo "Gli sposi promessi" con la famosa "risciacquatura in Arno" della lingua italiana.

Manzoni dovette pubblicare l'opera a spese proprie. La pubblicazione avvenne a dispense settimanali inviate agli abbonati, allora chiamati "associati": cominciò nel 1840 e fu ultimata nel '42, per un complesso di 108 dispense. Dato che i fascicoli incontravano il crescente successo del pubblico, pullularono immediatamente in varie città editori-pirati che, appena arrivava una dispensa, ne stampavano immediatamente copie su copie che vendevano a proprio profitto. Manzoni, per evitare di essere così derubato, dovette alzare l'ingegno: previde per ogni dispensa "illustrazioni", affidate al litografo torinese Francesco Gonin. Il sistema funzionò, perché all'epoca le illustrazioni erano ottenute soltanto mediante incisioni e i procedimenti di riproduzione dell'epoca non permettevano ai "pirati" di copiarle rapidamente. Solo che, così facendo, l'autore dei "Promessi sposi" fronteggiò efficacemente la pirateria, ma si rovinò economicamente: con la pubblicazione di quello che è giudicato meritatamente il capolavoro assoluto di riferimento di tutta la letteratura moderna italiana ci rimise la bellezza di 40 mila franchi, una vera e propria fortuna !

Il Consiglio direttivo e la consulta legale della Società degli autori avallarono la tesi di Verga (riconoscendogli il diritto alla compartecipazione percentuale agli utili, e non la tacitazione a cifra fissa), ma il loro parere era soltanto platonico: costituì la principale pezza d'appoggio con la quale Verga citò a giudizio davanti al tribunale di Milano sia Mascagni sia Sonzogno chiedendo, sulla base della legge sui diritti d'autore (precisamente con l’applicazione degli articoli 5 e 6 della legge sui diritti d’autore 19 settembre 1882 nr. 1012), "la metà degli utili sugli introiti lordi ricavati e da ricavarsi dalle rappresentazioni e dalle pubblicazioni o da qualsiasi altra riproduzione insieme con le parole dell'opera musicale, fatta la deduzione di metà della somma che si sarebbe provata pagata ai due librettisti". Si avvalse per l'occasione dell'avvocato Paolo Verdura, da lui definito nelle lettere agli amici "il primo avvocato d'Italia".

Il 12 marzo del 1891 il tribunale di Milano emise la sua sentenza riconoscendo a Verga "la metà degli utili netti ricavati e da ricavarsi": e la decisione favorevole allo scrittore siciliano venne confermata dalla Corte d'appello il successivo 16 giugno e dalla Corte di cassazione di Torino il 9 agosto del 1892 (fino al 1923 c'erano in Italia cinque Corti di cassazione per i processi civili: a Torino, Firenze, Roma, Napoli e Palermo).

L’editore Sonzogno, nonostante avesse perso la causa, continuò a perseguire la via dell'offerta "a tacitazione", ma ora giocando al rialzo con offerte sempre più sostanziose. Partì da 20 mila lire ma Verga rifiutò la somma "perché -fece sapere- non è affatto in proporzione degli introiti, che ascenderanno sinora a più di 300 mila lire”. L'accordo, dopo estenuanti trattative fra amici comuni ed avvocati, fu finalmente trovato a quota 143 mila lire "una volta per sempre", un compenso giudicato all'epoca "impensato e favoloso".

A quanto equivale oggi la somma incassata da Verga con la transazione? Per attualizzare queste cifre esiste un apposito ufficio dell'Istituto statistico nazionale (Istat) che ogni anno provvede a calcolare i cosiddetti "parametri di rivalutazione" aventi valore ufficiale a tutti gli effetti legali. Il più recente parametro, calcolato alla fine del 2004, assegna alle somme in lire del 1893 il coefficiente 7.113,38. Ciò significa che per calcolare in termini monetari di oggi le 143 mila lire incassate da Verga nel 1892 basta moltiplicarle per il coefficiente. Il risultato è che la somma ricevuta allora dallo scrittore siciliano equivale a circa 525 mila 350 euro, più di un miliardo delle vecchie lire, una somma senz'altro di tutto rispetto!

In seguito Verga sosterrà che la transazione gli era stata "carpita con dolo", ma con il ricavato, tra l‘altro, regolò alcuni debiti e acquistò un agrumeto alla periferia di Catania.

La guerriglia legale con Mascagni e Sonzogno -che Verga nelle lettere agli amici non esitava a definire "strozzini"- comunque non finì neppure con la transazione del 1892.

Verga, per fare un dispetto ai due, nel 1902 autorizzò un compositore genovese, Domenico Monleone, a musicare un'altra "Cavalleria rusticana" (su libretto del fratello del musicista, Giovanni) che nel 1907 venne rappresentata con discreto successo ad Amsterdam, ma che la storia del teatro ha via via posto nel dimenticatoio. Appena l'opera venne data in Italia Mascagni e Sonzogno citarono davanti al tribunale di Milano sia l'autore del libretto sia Verga.

L'avvocato dello scrittore sostenne che con la transazione delle 143 mila lire Verga non aveva alienato i propri diritti d'autore, ma Mascagni e Sonzogno controbatterono che, sulla base della vertenza precedente, Verga aveva ottenuto di essere considerato "coautore" della "Cavalleria rusticana" di Mascagni e quindi non poteva dare l'autorizzazione.

Il tribunale stavolta diede ragione a Sonzogno e Mascagni, con una sentenza che venne confermata sia in corte d'appello sia in Cassazione (e Monleone dovette modificare il titolo della propria opera dandole il peregrino nome "La giostra dei falchi"). Verga se ne risentì e, prendendo lo spunto dal fatto che Mascagni e Sonzogno per sostenere la loro tesi della "concorrenza sleale" avevano affermato che ormai l'opera di Mascagni aveva avuto già "circa mezzo milione di recite", presentò al tribunale di Roma un ricorso per sostenere che "quindi" l'accordo del 1903 gli era stato carpito con dolo. E, nel frattempo, citava a giudizio davanti al tribunale di Milano il maestro Monleone sostenendo di non aver ricevuto i diritti d'autore per l'opera. La difesa ad oltranza della propria "roba", evidentemente, non era per Verga un'invenzione letteraria valida solo per il suo protagonista del “Mastro don Gesualdo”.

Per quanto riguarda il ricorso contro Sonzogno e Mascagni, stavolta il tribunale di Roma formalmente si astenne dall'entrare nel merito della questione ma di fatto diede torto a Verga sentenziando che il suo diritto al ricorso doveva considerarsi decaduto per "prescrizione dei termini". Naturalmente lo scrittore non si diede per vinto e fece ricorso contro la sentenza che aveva respinto il suo ricorso E, nel frattempo, si trovava coinvolto in una causa, trascinatasi per anni tra Catania e Palermo, riguardante un suo agrumeto alla periferia di Catania, in contrada Nuovalucello, e, tanto per non perdere l'abitudine alle aule giudiziarie, in una vertenza con una casa di produzione cinematografica a proposito di taluni diritti d'autore riguardanti la trasposizione in film di alcuni suoi racconti.

L'unica soddisfazione, parziale, la ebbe vedendosi riconosciuto, sul fronte giudiziario di Monleone, il diritto ad un rimborso delle spese sostenute, circa 5.900 lire; una soddisfazione soltanto morale, però, perché il compositore non era finanziariamente in grado di pagare.

Ormai -intorno agli ottant'anni, da tempo rientrato stabilmente a Catania- si nutriva, in uno sdegnato silenzio letterario, di processi e di pomeriggi d'ozio al “Circolo dell'Unione” di via Etnea. Trovò pace, infine, la sera del 24 gennaio del 1922: tornato a casa dal circolo, mentre si svestiva per dormire fu colpito da una trombosi. Rimase disteso sul pavimento tutta la notte, privo di conoscenza: così lo trovò al mattino successivo la cameriera. L'agonia durò tre giorni, senza che lo scrittore riprendesse più conoscenza. Giovanni Verga si spense il 27 gennaio alle 10,20 del mattino, assistito dal suo grande amico Federico De Roberto.
 

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