| Caposcuola del "verismo" |
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Giovanni Verga ha il grande merito di aver costituito nella letteratura italiana, assieme ad Alessandro Manzoni, il caposaldo dal quale ha preso avvio tutta la narrativa moderna. Prima dei “Promessi Sposi”, fino agli inizi dell’Ottocento, i romanzi avevano per vicende centrali o protagonisti obbligati esclusivamente episodi consacrati dalla storia o personaggi famosi: Manzoni operò una “rottura” epocale ponendo innovativamente al centro del suo romanzo due poveri popolani, Renzo e Lucia, con i personaggi illustri e le vicende storiche (il cardinale Federico Borromeo, la grande peste di Milano del 1630, la Monaca di Monza) sullo sfondo del grande affresco narrativo. Giovanni Verga completò questo ammodernamento della narrativa italiana, tra il 1880 e il 1889, modificando, oltre al protagonisti, anche l’ambientazione: alla povertà della disgraziata famiglia dei “Malavoglia”, come al livello sociale nel quale vivono i personaggi delle altre sue opere fondamentali, fa da riscontro corale la miseria materiale o morale di tutto il mondo circostante, in un’atmosfera da “verismo” totale. Il valore letterario di Manzoni venne riconosciuto immediatamente dalla critica e dal pubblico; quello dello scrittore siciliano, invece, restò misconosciuto per alcuni decenni, fino a quando, intorno al 1920, mentre Verga ormai ottuagenario si avviava verso la fine della vita, personalità influenti quali Luigi Pirandello e Benedetto Croce lo imposero definitivamente ai massimi livelli della storia letteraria italiana. Verga, nelle tre opere fondamentali che lo qualificano caposcuola della corrente letteraria del “verismo” (la raccolta di novelle Vita dei campi pubblicata nel 1880 e soprattutto i romanzi I Malavoglia, del 1881, e Mastro Don Gesualdo che venne pubblicato nel 1889) mise in primissimo piano i valori essenziali della "umanità" rappresentando ed evidenziando bisogni, passioni e sentimenti degli ambienti più umili della società, modi d'essere istintivi propri dei ceti che fino ad allora erano stati ritenuti ingiustamente immeritevoli di attenzione da parte degli scrittori. E ciò valse a relegare di colpo i temi, le ambientazioni e le forme espressive che avevano caratterizzato fino ad allora la narrativa nazionale, con la loro impronta di sentimentalismo di maniera, in una luce di artificio inaccettabilmente lontano dalla realtà. Lo scrittore siciliano, però, non si limitò a schiudere alla letteratura questi nuovi panorami tematici. Spinse il "verismo" anche alla forma espressiva adattando magnificamente ai personaggi e agli ambienti il linguaggio, il modo in cui essi "si raccontano". E, infine, riuscì a guardare tutto questo mondo letterariamente "nuovo" con una delicatissima "pietas" che non ha mai il tono di una commiserazione dall'alto ma, fraternamente complice, "entra" fino all'interno della vicenda e si fa tutt'uno con essa: da ciò, da questa interpretazione da artista, deriva soprattutto il grande pathos che si trasfonde nei lettori. Le novelle e i due romanzi sono tutti ambientati in Sicilia e, talvolta, l'autore fa uso di forme dialettali, ma questo "regionalismo" non scade mai nel folclore perché lo scrittore, sempre utilizzando il modo migliore per scolpire una circostanza o un personaggio, in una continua attività di ispezione psicologica, si avvale del dialetto o di talune forme gergali, ove più utili, solo come uno strumento che non si compiace ad intrattenere l'attenzione del lettore ma trasferisce la forte intensità espressiva propria della forma dialettale sui valori essenziali e tipici del gesto o del personaggio.
Le novelle di “Vita dei campi” La raccolta Vita dei campi si compone di otto novelle (tra le quali Cavalleria rusticana, La lupa, Jeli il pastore, Rosso Malpelo e L'amante di Gramigna). Fu pubblicata nel 1880. Nella precedente produzione giovanile di Verga (numerose altre novelle e alcuni romanzi brevi) soltanto in un breve bozzetto, Nedda, pubblicato nel 1874, si intravedono l'intensità espressiva e il valore letterario di queste novelle, elementi che avrebbero raggiunto ancor più nei due romanzi un livello artistico elevatissimo. Vita dei campi ebbe grande successo e, in seguito all'accoglienza del pubblico, Verga ricavò da una delle novelle, Cavalleria rusticana, un dramma che, interpretato dalla famosa attrice Eleonora Duse (nella parte di Santuzza), andò in scena il 14 gennaio del 1884 al Teatro "Carignano" di Torino, con un ottimo esito. La risonanza della riduzione teatrale fu tale che un musicista allora sconosciuto, il livornese Pietro Mascagni, che all'epoca dirigeva la banda municipale di Cerignola, vicino Foggia, ne ricavò -però senza chiederne l'autorizzazione a Giovanni Verga- un'opera lirica con la quale vinse il concorso nazionale per un melodramma indetto nel 1889 dalla Casa editrice musicale Sonzogno di Milano. L'opera lirica rese improvvisamente celebre Mascagni, ma impegnò Verga in una lunghissima vicenda giudiziaria per farsi riconoscere i diritti d'autore. Solo dopo un decennio si pervenne ad una transazione con la quale venne liquidata a Giovanni Verga la somma complessiva di 153 mila lire (equivalente a circa 500 mila euro attuali, attorno ad un miliardo di lire).
Il romanzo I Malavoglia Il romanzo I Malavoglia venne pubblicato agli inizi del 1881 dall'editore Treves di Milano. Racconta le vicende di una povera famiglia di pescatori di Trezza, quella guidata dal patriarca "padron 'Ntoni", sottoposta ai colpi di un Fato avverso che ne provoca infine la disgregazione. La narrazione si snoda tra il 1863 e il 1875, cioè nei primi anni che seguirono l'annessione della Sicilia al regno d'Italia che si andava formando sotto i Savoia, un periodo veramente molto difficile per le classi povere dell'isola. "Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n'erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all'opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev'essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua, e delle tegole al sole". A questo "incipit" che delinea incisivamente l'ambientazione e la famiglia dei Toscano, "disposta come le dita della mano", segue la presentazione dei singoli personaggi, con la loro specifica caratterizzazione: la figura biblica di padron 'Ntoni, il dito grosso, che “comandava le feste e le quarant'ore”; poi suo figlio Bastiano, Bastianazzo, "che non si sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto «soffiati il naso»; sua moglie, la Longa, "che badava a tessere, salare le acciughe, e far figliuoli"; e infine i nipoti 'Ntoni il maggiore, un bighellone di vent'anni, Luca, “che aveva più giudizio del grande”, Mena (Filomena) "soprannominata Sant'Agata perché stava sempre al telaio", Alessi (Alessio) "un moccioso tutto suo nonno" e Lia (Rosalia) "ancora né carne né pesce". Alla domenica, “quando entravano in chiesa, l'uno dietro l'altro, pareva una processione". Il dramma ha inizio quando il vecchio padron 'Ntoni affida la barca della famiglia, la Provvidenza (che diventerà l'imbarcazione più illustre di tutta la letteratura italiana), al figlio Bastiano per trasportare un carico di lupini nel porto di Riposto: una tempesta fa naufragare la barca e Bastiano muore. Suo figlio, marinaio di leva, muore alla battaglia di Lissa. Il debito dei lupini provoca la perdita dell’abitazione familiare, la "casa del nespolo", e impedisce le nozze di Mena.. Nel romanzo si contrappongono due concezioni di vita: quella arcaica del nonno-patriarca, prevenuto contro ogni tentativo di cambiamento, e quella del nipote 'Ntoni, che tenta sebbene inutilmente di trovare una forma di riscatto alla misera condizione familiare. Entrambe le visioni, comunque, sono accomunate dalla rassegnazione nei confronti del duro destino. Le vicende dei protagonisti, a loro volta, sono perfettamente calate nell'ambientazione di un paese che non fa da muto testimone alle vicende, ma è “parte recitante” della storia contribuendo a conferire al romanzo la forza di un grande affresco corale.
Il ciclo dei “vinti” Per lo scrittore siciliano I Malavoglia era il primo romanzo di un ciclo dedicato ai "vinti". Mentre questo romanzo raccontava le vicende sfortunate di una famiglia di poveri lavoratori, il successivo (Mastro Don Gesualdo) avrebbe rappresentato un'altra forma di soggezione al Fato: l'avidità di un piccolo borghese. Poi, salendo ancora di livello sociale -secondo l'ideazione di Giovanni Verga- un terzo romanzo avrebbe dovuto raffigurare la vacuità delle classi ricche (e avrebbe dovuto intitolarsi La duchessa di Leyra); un altro avrebbe rappresentato i compromessi interiori di un politico ambizioso (con il titolo L'onorevole Scipioni) e l'ultimo, infine, con il titolo L'uomo di lusso, avrebbe mostrato la povertà interiore alla quale è condannato chi persegua soltanto la parte mondanamente gradevole della vita. Verga, però, dopo I Malavoglia riuscì a scrivere soltanto il secondo dei romanzi, Mastro Don Gesualdo, e il primo capitolo della Duchessa di Leyra. Mastro Don Gesualdo venne pubblicato a puntate sulla rivista letteraria “Nuova Antologia” fra luglio e dicembre del 1888, ma fu abbondantemente riscritto per l’edizione in volume che venne fatta l’anno successivo dall’editore Treves. Protagonista di Mastro Don Gesualdo è il muratore Gesualdo Motta che, roso dall'ansia di accumulare "roba", raggiunge la ricchezza, ma muore nella solitudine e nella disperazione. In Mastro Don Gesualdo manca la coralità che caratterizza I Malavoglia, ma le vicende narrative sono più variate e permettono all'autore, sorretto da una vena stilistica ormai sempre più sicura, descrizioni maggiormente ampie ed articolate.
Poi uno sdegnoso silenzio A questo punto Verga si ritrovò a dover fare un bilancio della propria vita. All'età di 29 anni aveva lasciato la nativa Catania, dove aveva collaborato ad alcune riviste ed aveva pubblicato un romanzo (I Carbonari della montagna), per trasferirsi a Firenze, allora capitale della "nuova Italia", ripromettendosi di poter vivere della propria "penna". Nella città toscana aveva potuto conoscere vari letterati, ma aveva prodotto soltanto novelle e racconti mediocri, improntati di un mediocre sentimentalismo di maniera. Nel 1872 aveva lasciato Firenze (dove il trasferimento della capitale a Roma aveva spopolato i salotti letterari) e si era trasferito a Milano che s'avviava a diventare il più attivo polo nazionale editoriale. Nel capoluogo lombardo, dopo alcune opere mediocri (i romanzi Eva, Eros, La tigre reale), aveva intrapreso la strada stilistica del "verismo" ed aveva scritto Vita dei campi (che gli aveva dato finalmente notorietà nazionale) e soprattutto I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo. I due romanzi, però, non avevano avuto il successo che Verga sapeva di meritare: erano passati pressoché inosservati sia dalla critica letteraria sia dal pubblico. Poi c'era stata la lunga vertenza giudiziaria con Sonzogno e Mascagni per farsi riconoscere il legittimo diritto d'essere considerato autore della Cavalleria rusticana. Il bilancio lasciò Verga sdegnato, più che deluso. Lo scrittore decise allora di abbandonare sia Milano sia la pratica letteraria. Nel 1893 se ne tornò a Catania, a trascorrere il resto della vita soprattutto in infiniti pomeriggi d'ozio al "Circolo Unione" di via Etnea. Nel 1903 fece rappresentare una commedia, Dal tuo al mio, al Teatro “Manzoni” di Milano e poco dopo la trasformò in romanzo, ma senza molto successo. Verga allora riprese e rafforzò il suo "sdegnato silenzio letterario". Con l'inizio del Novecento la critica letteraria cominciò finalmente a valutare più adeguatamente sia Vita dei campi sia I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo. In breve si fece unanime il giudizio -sostenuto soprattutto da Benedetto Croce, da Luigi Pirandello e dal critico letterario Luigi Russo- che Giovanni Verga era stato, dopo Alessandro Manzoni, il più grande romanziere di tutto l'Ottocento italiano. Il riconoscimento del mondo letterario indusse il re Vittorio Emanuele III ad onorare Verga nel 1920 con la nomina a senatore alla vigilia dell'ottantesimo compleanno dello scrittore, ma nulla valse più a trarre Giovanni Verga dal suo sdegnato "silenzio". Infine, la sera del 24 gennaio del 1922, tornato a casa dal Circolo, mentre si svestiva fu colpito da una trombosi. Rimase disteso sul pavimento tutta la notte, privo di conoscenza: e così lo trovò al mattino successivo la cameriera. L'agonia durò tre giorni, senza che lo scrittore riprendesse più conoscenza. Giovanni Verga si spense il 27 gennaio alle 10,20 del mattino, assistito dal suo fraterno amico Federico De Roberto. |



